La supervisione professionale nel servizio sociale

Judy A. Gibbs

L’articolo, traendo spunto da una ricerca condotta nei servizi di tutela minorile, suggerisce che le abituali modalità di supervisione prestano insufficiente attenzione al peso emotivo del lavoro e non rinforzano la capacità di recupero psicologico degli operatori. La supervisione non dovrebbe limitarsi a prendere in considerazione i doveri d’ufficio, degli assistenti sociali. Il supervisore può essere concepito come un «messaggero» che invia comunicazioni agli operatori e ne riceve da loro; se vogliamo mantenere la tenuta degli operatori sul lavoro è cruciale considerare quali messaggi vengono inviati e come il supervisore vi risponde. Questi dovrebbe aiutare a esplorare l’impatto che pensieri ed emozioni hanno sulla percezione delle situazioni e sull’azione degli assistenti sociali. Un messaggio chiave è sottolineare l’importanza dei singoli operatori per l’organizzazione, promuovendo la loro autostima e autoefficacia.


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