Un assistente sociale… maschio!

Dalla Chiara Roberto, Faella LucaDOI: 10.14605/LS57

La prevalenza del genere femminile nella professione di assistente sociale è un dato di fatto. Appare inoltre evidente una sorta di disinteresse, da parte degli organi rappresentativi della professione, a indagare questa particolare discrepanza di genere. In Italia non esistono studi specifici che approfondiscono le motivazioni di una presenza quasi totalitaria del genere femminile nel servizio sociale. Le stesse rappresentazioni dell’assistente sociale nei mass media confermano e consolidano una simile visione. Il presente lavoro non intende confrontare i due generi, argomentare sulla bontà di quello maschile o portare tesi su come sarebbe migliore un servizio sociale se fosse composto da più maschi. Vuole invece porsi come un contributo specifico che sia da stimolo a ulteriori analisi, con l’auspicio che quanto raccolto possa risultare utile alla professione di assistente sociale nel considerare la presenza maschile non una semplice «anomalia», ma una fonte di scambio e di qualità che va sviluppata. Sono state condotte 31 interviste semi strutturate, con i professionisti che lavorano a Verona e provincia, con l’intento di capire chi sono questi «uomini anomali» e cosa raccontano del loro lavoro. Le interviste si sono focalizzate su alcune aree tematiche, evidenziando linee comuni, tendenze, originalità, ma soprattutto facendo emergere la presenza di questi uomini molto spesso nell’ombra. Le informazioni raccolte potranno essere un punto di partenza proficuo non solo per future ricerche in seno alla professione, ma anche nell’incrementare la consapevolezza nei processi formativi dei futuri assistenti sociali.


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